Bio
Benvenuto nel mio modo di vedere.
Mi chiamo Francesco, sono nato a Napoli, e la fotografia è sempre stata il mio modo di respirare.
La mia prima macchina me l’ha messa in mano mio padre: una Zenit solida e una Praktica MTL5, entrambe a pellicola.
Lì ho imparato l’attesa, il rispetto della luce, il valore dell’errore e della pazienza.
Ogni fotogramma era un atto di fiducia: non c’era “rivedi”, c’era sentire.
Poi è arrivata la mia prima Canon, e soprattutto la rivelazione della Fuji Velvia 50: colori saturi, nitidi, vivi.
Una magia analogica che ancora oggi porto dentro, come un vecchio vinile che suona meglio proprio perché non è perfetto.
Ho iniziato fotografando paesaggi, ma con l’arrivo dei miei figli ho scoperto che il ritratto era il mio vero linguaggio.
Il volto umano è un territorio infinito: una micro-espressione può raccontare storie intere.
Da lì ho iniziato a studiare, crescere, incontrare maestri, confrontarmi con altri sguardi.
Ogni persona incontrata mi ha lasciato qualcosa.
Oggi lavoro soprattutto in studio, nel mio spazio creativo: mastrillSTUDIO.
È il luogo dove posso controllare la luce come voglio, costruire atmosfere intime, pulite, sospese.
Amo le ombre, i contrasti morbidi, la sottrazione: un’estetica che preferisce il sussurro al rumore.
Anche quando uso la luce naturale, la integro con quella artificiale per ottenere quell’equilibrio che riconosco come mio.
La musica è sempre stata un ponte tra la mia vita e le mie immagini.
Il suono della Stratocaster di David Gilmour mi ha insegnato che la potenza può essere dolce, che la profondità può essere semplice.
E a volte, nelle mie foto, riaffiora quella malinconia elegante che ho sempre trovato nei brani più intimi dei The Cure.
Così come, a tratti, la stessa sospensione emotiva che sento in certe produzioni più delicate di Liberato: una voce lontana, un’atmosfera che non invade ma resta.
Le mie ispirazioni vanno dai giganti che hanno rivoluzionato il modo di guardare:
Diane Arbus, Vivian Maier, Sebastião Salgado, Annie Leibovitz, Arno Rafael Minkkinen.
Di ognuno porto dentro una scintilla, un modo di osservare, un rispetto profondo per la verità delle persone.
Fotografare, per me, non è accumulare scatti.
È custodire emozioni.
È cercare una forma di bellezza che non grida, che non ha bisogno di esibizione.
La soddisfazione più grande è sapere che, anche dopo anni, qualcuno riguardi una mia foto e ci ritrovi un momento, un sentimento, una parte di sé.
È per questo che scatto:
per fermare ciò che non si può spiegare.
Per lasciare un segno senza fare rumore.