Sento, umilmente, il bisogno di dire due parole sull’estetica.
Un termine ovunque, spesso usato a caso, gonfiato, svuotato.
Io non voglio aggiungere teorie al caos: voglio solo raccontare cosa significa per me, nei miei progetti.

Perché l’estetica non è un filtro né una moda.
È un processo.
Una direzione chiara che guida tutto: dal concept allo scatto, dalla luce alla posa, fino all’ultima pennellata di post produzione.

Da dove nasce davvero un’estetica

Prima ancora che scatti una foto, nasce un’atmosfera.
È lì che cominciano le mie immagini.
Nel silenzio prima del clic, in un’idea che comincia come una sensazione e poi diventa un progetto.

C’è sempre una certa sospensione nei miei lavori, lo ammetto.
Una malinconia pulita, elegante, come nelle canzoni più intime dei Cure o nelle melodie più “a bassa voce” di Liberato.
Non è una citazione consapevole: è un modo di sentire.

I miei progetti e la loro estetica

“Venere Velata” – La sincerità che emerge nel minimalismo

Un velo, una luce che non perdona, un’emozione che non ha posto per nascondersi.
Questo progetto è essenziale, quasi crudo:
uno sfondo, una forma, un respiro trattenuto.
Il minimalismo qui non è un effetto estetico: è un’urgenza narrativa.

“Dark Partenope” – Napoli nel suo lato più intimo

Napoli senza caos.
Napoli senza folklore.
Solo la sua eleganza malinconica, filtrata da ombre pulite e pose quiete.
È un progetto che parla piano, come una canzone ascoltata di notte.

“Tailored Silence” e “Cigno Nero” – Il corpo come grafia

In questi progetti il corpo diventa una linea.
Una geometria.
Una forma che racconta prima ancora di esistere.

La tecnica c’è, certo: anni di studio sulle pose, sugli equilibri, sulle diagonali.
Ma il punto non è la perfezione.
È la crepa.
Quel piccolo cedimento che trasforma una figura grafica in una storia umana.

Uno stile che nasce dalla sottrazione

Se dovessi definire il mio stile in una sola frase, sarebbe questa:

Tolgo finché resta ciò che merita davvero.

Tolgo oggetti, tolgo rumori, tolgo tutto ciò che sporca l’emozione.
Preferisco gli spazi puliti, le luci controllate, i colori morbidi, i contrasti delicati.

Un’estetica pulita, ma mai sterile.
Essenziale, ma mai vuota.
Sospesa, quando serve.

Luce e pose: quando il silenzio guida la scelta

La luce che scolpisce

Uso pochi strumenti: beauty dish, strip, softbox.
Non cerco una luce spettacolare: cerco una luce onesta.

  • una luce principale che disegna
  • ombre lasciate vive
  • fill minimo
  • zero artifici inutili

La luce deve suggerire, non invadere.

Le pose come energia, non come posizione

Ho studiato tanto: fashion, boudoir, ritratto, geometrie del corpo.
Ma quando scatto, cerco altro.

  • la spalla che cede appena
  • la mano che trema
  • il fianco che si allunga
  • l’occhio che esita

La verità sta lì, non nella perfezione della forma.

La post produzione: il momento del respiro

La post, per me, è l’ultimo capitolo.
E non deve mai tradire quello che lo scatto aveva già detto.

Il mio approccio è morbido, discreto:

  • contrasti controllati
  • toni matte
  • pelle naturale
  • colori che non urlano
  • atmosfera intatta

La post non serve a creare un mondo…
ma a rivelare quello che era già lì.

Conclusione: cos’è davvero l’estetica per me

L’estetica, per me, è ciò che rimane quando tolgo tutto il resto.
È quel silenzio sospeso tra una luce e un’ombra.
È una malinconia che non pesa, ma accompagna.
È un gesto minimo, una piega appena accennata, una verità sottovoce.

È un modo di guardare il mondo.
E di farlo vedere, senza urlare.

La mia estetica…
vuole restare.

In punta di piedi, ma restare.