Sento il bisogno di dire due parole sull’estetica, senza complicarla.
È una parola usata ovunque, spesso a caso, fino a svuotarsi.
Per me non è un filtro e non è una moda, è un processo, è la direzione che tiene insieme tutto, dall’idea allo scatto fino alla post produzione.
Prima ancora di fotografare nasce un’atmosfera, ed è lì che comincia tutto, nel silenzio prima del clic, in quella sensazione iniziale che poi prende forma.
Nei miei lavori c’è quasi sempre una certa sospensione, qualcosa di trattenuto, non è una citazione, è un modo di sentire.
Ogni progetto trova la sua forma, ma il punto resta lo stesso: togliere.
Togliere quello che è di troppo, quello che sporca, quello che rende l’immagine più facile ma meno vera. Non mi interessa costruire qualcosa che funzioni subito, mi interessa qualcosa che resti.
La luce segue questa logica: non deve stupire, deve scegliere, disegna, lascia ombre vive, non riempie tutto.
Anche nelle pose cerco altro, non la perfezione ma quel momento in cui qualcosa cede appena.
Non mi interessano le pose facili, quelle in cui il corpo diventa oggetto e l’immagine si riduce a qualcosa di immediato, mi interessa una presenza che non si esaurisce nello sguardo.
La post produzione arriva alla fine e deve rispettare quello che è già successo, non cambiarlo.

Se devo dirla semplice, la mia estetica è questa: togliere finché resta solo quello che conta davvero.
Non è un esercizio di stile, è un modo di guardare, e di far vedere, senza alzare la voce.